mercoledì 11 aprile 2018

Il Vangelo di don Lorenzo

«Un grande miracolo sta avvenendo in questa stanza: un cammello passa nella cruna di un ago». In questa frase, pronunziata da don Lorenzo Milani poco prima di morire, si può senz'altro comprendere l'intera parabola della sua intensa vita. Si tratta di un «signorino», un agiato borghese che decide di prendere sul serio il Vangelo e i suoi paradossi, e su questa scommessa si gioca tutto, divenendo scomodo per sé e per gli altri - tutti, oggi come allora, cristiani e laici, di sinistra e di destra, ricchi e poveri. Sì, scomodo anche per i poveri, chiamati a uscire dalle varie obbedienze e mode imposte dai vari tempi per divenire attivamente costruttori di futuro. Un personaggio che non si lascia utilizzare strumentalmente da nessuno - qualcuno ha felicemente parlato di «folgorante equidistanza» - e che ancora oggi solleva una serie di fondamentali questioni. Lo spettacolo riesce a rendere pensoso lo spettatore, posto dinanzi alla vicenda del priore in tutta la sua complessità e ricchezza. Si rimane positivamente sorpresi dall'equilibrio col quale essa viene presentata. Pare chiaro che l'intento non è quello di proporre interpretazioni proprie e letture più o meno contorte del fenomeno don Milani, magari usato come trampolino per proprie campagne e propagande. La stessa realtà ecclesiale non diviene, come spesso ahimé accade, oggetto di facili critiche e sdegnose quanto (in genere) redditizie denunce - l'oramai fin troppo scontato lancio di pietre da parte dei nuovi farisei - ma è presentata nella sua realtà complessa e articolata, se si vuole contraddittoria. Anche in questo lo spettacolo è rimasto fedele a don Lorenzo che, con tutte le sue critiche, non ha mai smesso di credere in questo inspiegabile fenomeno che è la chiesa (altro gran paradosso evangelico). La scena rimane aperta a lungo, ma è una lunghezza ampiamente giustificata dalla ricchezza del materiale offerto, frutto di una ricerca che dà sicuramente la possibilità di conoscere meglio un personaggio spesso filtrato solo attraverso slogan e semplificazioni e talora messo (impensabilmente) a servizio del politicamente corretto. Alieno da intellettualismi arzigogolati, lo spettacolo ha il sapore della vita, ed è questo un altro tratto tipico di don Milani, che ha sempre rifiutato una cultura fine a se stessa, che non sia dialogo costante con la concretezza dell'esistenza. Unico appunto, forse il titolo non sarebbe piaciuto a don Lorenzo: «il Vangelo secondo Lorenzo»… No - avrebbe probabilmente detto con la sua solita intransigenza - questo non è il Vangelo secondo me: è il Vangelo! Comunque, un bello spettacolo. Il nutrito corpo degli attori, grandi e piccoli, dà l'impressione di essere entrato in consonanza con il priore per sentire e soffrire con lui, e riesce a consegnare al pubblico un messaggio che vale la pena ascoltare e riascoltare. «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio»: per entrare nel Regno si ha da lasciare molto. Un miracolo, che può fare soltanto quel Cristo al quale don Lorenzo ha inteso consegnare totalmente la propria vita.
Vangelo secondo Lorenzo, di Leo Muscato e Laura Perini, con Alex Cendron nella parte di Lorenzo Milani, regia di Leo Muscato; Prato, Teatro Metastasio, 4-8 aprile 2018.

domenica 26 novembre 2017

C'è bisogno di luce!

«Lasciami almeno accesa una lampadina, per vedere dove metto i piedi!». Alla fine del suo tormentato percorso alla ricerca di luce, Pirandello deve costatare che tutto quanto possiamo chiedere è appunto - si tratta della battuta che chiude l'intera «commedia da fare» (tale rimasta fino alla fine) - almeno una lampadina per muovere qualche passo nell'immediato. Con felice intuizione la restituzione scenica di Luca De Fusco s'impegna a distinguere proprio mediante la luce (ivi comprendendo anche il ricorso alla proiezione video) i due piani che sostanziano la elaborata trama pirandelliana: il piano della «realtà» e quello della «finzione» teatrale, quello della persona e del personaggio. Le libertà che si prende la resa scenica non disturbano affatto, aiutando anzi la concentrazione sull'essenziale. Noi non conosciamo né noi stessi né gli altri: questo è il dramma. Non mi pare che la commedia sia una riflessione sul teatro, o quanto meno tale riflessione è soltanto secondaria. Il punto è la vita, questa matassa intricata nella quale - per qualche misterioso equivoco - pur non volendolo si riesce a far male a sé e agli altri, non riuscendo a far conoscere sé all'altro né a conoscere l'altro. I confini tra realtà e illusione si perdono. Quanto dovrebbe esser fittizio - il personaggio (teatrale) - diviene molto più nitido di quanto dovrebbe essere reale (la persona), in quanto bloccato e fissato nell'atto che lo definisce appunto come personaggio. La finzione teatrale diviene così una illuminazione, che però è paradossalmente rivelazione di una tenebra. Ci sia data almeno una lampadina, perché qualche passo lo si dovrà pur muovere! Il teatro di Pirandello non pare andare oltre, consistendo in una lucida analisi che porta in sé un'acuta domanda di luce, tuttavia senza risposta. «Vanità delle vanità» direbbe Qohelet: la vita umana non assomiglia a un rincorrere il vento? Per la Bibbia però una lampadina c'è: «Lampada per i miei passi è la tua Parola», Signore, dice il salmo. Una lampada che pur tuttavia non illumina l'intero orizzonte, ma solo lo spazio circostante. Tante domande rimangono, e la fede rischiara con una luce crepuscolare (o meglio aurorale) che lascia ancora molte questioni aperte. Essa però si affida a Colui che con lo sguardo abbraccia l'intero panorama dell'esistente. Nella luce aurorale della fede è superata sia la pretesa del pieno dominio razionale sulla realtà, sia la resa nichilista del sospetto a oltranza. In due righi, con il cardinale Newman: Keep Thou my feet; I do not ask to see / The distant scene; one step enough for me (guida i miei passi; non chiedo di vedere il lontano orizzonte: mi basta un passo). Grandezza della fede. E grandezza della ragione che, quando è onesta, non smette di riportarci al medesimo punto: c'è bisogno di una lampadina!
Sei personaggi in cerca d'autore, di Luigi Pirandello. Regia di Luca De Fusco, coproduzione Teatro Stabile di Napoli - Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Genova. Prato, Teatro Metastasio, 16-19 novembre 2017.

lunedì 13 novembre 2017

Un mistero a due facce

Al cospetto della morte, si prende posizione di fronte alla vita. La commedia di Spiro Scimone, tutta giocata su due coppie che si muovono intorno a due tombe «a due piazze», è una delle infinite declinazioni del mai esaurito tentativo di decifrare l'unico mistero a due facce di vita e morte. Si può anche dire: al cospetto della morte, si prende posizione di fronte all'altro. Amore e morte, allora, un classico qui indagato - sia pure con levità - nella caratteristica emersione di una serie di elementi, latenti finché la vita si presenta come successione indefinita e talora sonnacchiosa di tempi; elementi che invece escono alla scoperto nella prossimità - cronologica e esistenziale - della morte. Allora le parolacce fino a quel momento solo pensate si proferiscono ad alta voce. Non solo: anche le parole d'amore, con quegli atteggiamenti che definiscono chi non può più permettersi il lusso di avere paura o vergogna di esprimere il proprio sentimento, semplicemente perché il tempo scorre. Da giovani ci si può permettere di non parlare, da vecchi no; giovani si può rimanere indefiniti, vecchi no. Il vecchio non è affatto uno che «ha già fatto tutto», come facilmente si pensa, al contrario: gli resta da fare qualcosa di essenziale: precisare se stesso, in particolare rispetto all'altro. La commedia sottolinea l'eros come forza vitale. Un eros oramai libero dalle minacciose fiamme delle sue potenzialità sconvolgenti e addirittura distruttive (le cronache sono eloquenti); un eros che si esprime in modi prima impensabili, persino paradossali agli occhi del pensiero unico giovanilistico. Intendiamoci: si tratta di un segmento, di un frammento di realtà, che sarebbe insensato assolutizzare. La commedia vi si concentra in modo esclusivo, estromettendo ogni altra visuale. Pregio e difetto: concentrazione o parzialità, brevità o incompiutezza. Rimane il mistero di un silenzio che ci attende. Ma chissà, forse anche in e oltre esso risuonerà una parola. Meglio allora attenderlo mano nella mano. Perché quella parola potrebbe davvero essere proprio «amore».
Amore, di Spiro Scimone, regia di Francesco Sframeli, produzione Compagnia Scimone Sframeli in collaborazione con Théâtre Garonne Toulouse. Prato, Teatro Fabbricone, 9-12 novembre 2017.

venerdì 3 novembre 2017

Richard II: il dramma di governare

Nell'approccio a un testo, due sono i poli entro i quali si oscilla: l'oggettivo e il soggettivo. Si può privilegiare ciò che si ha di fronte, cercando di cogliere e accogliere il testo in se stesso, così come offerto; si può mettere maggiormente in luce colui che sta di fronte al testo, la sua risposta, il suo modo d'intenderlo. Per quanto i due atteggiamenti siano sempre inevitabilmente compresenti, l'esaltazione contemporanea del soggettivo conduce di solito a una preponderanza, a volte smisurata, del soggettivo. Nel caso del Richard II di Peter Stein siamo invece di fronte a una felice eccezione, a uno spettacolo dove al centro sta effettivamente Shakespeare e il suo dramma. Anche la scelta di far rappresentare re Riccardo da una donna, la brava Maddalena Crippa, non dà luogo a quelle - fin troppo oggi prevedibili e peraltro stucchevoli - questioni sull'ambiguità sessuale e analoghi: segnala piuttosto una presenza speciale, che lascia emergere in modo inconfondibile il protagonista in mezzo a una dramma di (pressoché) soli uomini. Riccardo II, dunque. Figura singolare, paradossale nel doppio ritmo della sua esistenza: gloria e caduta, grandezza e miseria. Un primo livello di lettura è politico: la questione dell'autorità e della sua fondazione. Da sempre tema dibattuto, solo apparentemente risolto nelle varie epoche (compresa la nostra). In mezzo al rutilante, ricchissimo diluvio poetico dell'inarrivabile linguaggio di Shakespeare emerge però - né può essere diversamente per un par suo - semplicemente la questione dell'uomo, di ogni uomo, dal re al suo stalliere. Per l'interpretazione del dramma mi pare centrale il monologo del re, oramai deposto, imprigionato e prossimo alla fine. Il problema pare proprio che questo re - che è l'essere umano, ogni essere umano - non è in grado di governare la realtà, né quella fuori né quella dentro di lui, e risulta sempre «fuori tempo», non riuscendo a inserirsi armonicamente nella musica del reale, e alla fine sbattuto giù dai troni, più o meno visibili, che prova a costruirsi come può. Tentativo che produce sempre a sua volta la controreazione degli altri, essi pure variamente pretendenti al trono. Così ai piedi del nuovo astro nascente, il re Enrico IV, si accumulano i guanti della sfida tra le fazioni politiche: la lotta continuerà, producendo di volta in volta vincitori e vinti, e vincitori che divengono vinti. Come Riccardo: Shakespeare ci porta dentro la sua anima per portarci dentro la nostra. E scoprirvi al tempo stesso la coscienza acuta di una missione regale, della magnificenza dell'essere uomini; e la sorpresa di scoprirsi infinitamente piccoli e insufficienti. Perplesso, il re citerà due frasi evangeliche (le uniche nel dramma), solo apparentemente in contrasto: nel Regno, quello vero, attraverso la stretta cruna dell'ago non entrano i ricchi, ma solo i piccoli. Forse allora c'è una speranza: per Riccardo, per ciascuno.
Richard II, di William Shakespeare. Teatro Metastasio, 21-29 ottobre 2017. Traduzione Alessandro Serpieri; riduzione e regia Peter Stein, con Maddalena Crippa, etc.; produzione Teatro Metastasio di Prato.

giovedì 13 aprile 2017

Una caricatura della fede cristiana

Da Laika (uno spettacolo di e con Ascanio Celestini; alla fisarmonica Gianluca Casadei, produzione Fabbrica srl, co-produzione RomaEuropa Festival 2015 e Teatro Stabile dell’Umbria. Prato, Teatro Metastasio, 6-9 aprile 2017) si esce frastornati e perplessi. Frastornati dal copioso profluvio verbale di questo teatro di narrazione; perplessi per la superficialità con la quale vi si affrontano le tematiche religiose e specificamente cristiane. C'imbattiamo in temi come preghiera e santi, processi di canonizzazione e miracoli, origine dell'universo, demonio, male e indifferenza di Dio, relativismo e dogmatismo. E altro. Già da questa sommaria elencazione appare come per affrontare in poco meno di due ore temi di questo calibro occorrerebbe una capacità - non solo artistica, ma filosofica e teologica - fuori del comune. Evidentemente, Celestini ritiene di avere le carte in regola. Data la vastità degli elementi toccati, non si proverà qui nemmeno a impostare un abbozzo di discussione specifica su tali questioni. Lo spettacolo non racconta solo una vicenda di emarginazione, ma presenta una serie di considerazioni che si collocano precisamente sul piano della riflessione, o almeno di qualcosa che vorrebbe esserlo. Correttezza vorrebbe allora che le cose fossero presentate in modo critico. Qualunque riflessione critica presuppone però una presentazione aderente all'oggetto, ossia tale che chi professa un certo credo, dottrina, idea, vi si possa riconoscere. Solo su questa base può fondarsi efficacemente e veracemente la valutazione, anche negativa. Ora, nessun cristiano potrebbe riconoscere il proprio Credo nella stralunate considerazioni di Celestini. Esso vi appare francamente sfigurato. Quel che emerge è una caricatura della fede cristiana. Non si pretende che essa venga condivisa (qui ognuno fa legittimamente le sue scelte), ma che sia mostrata in modo veritiero, per quel che intende essere. Da ogni critica posso e devo trarre arricchimento, a condizione che mi si prenda sul serio. L'unico elemento che Celestini salva è la solidarietà, vero e unico miracolo possibile, quando qualcuno abbandona la propria finestra di spettatore e scende in strada a soccorrere un barbone malmenato. Siamo di fronte all'ennesima riduzione moralistica del mistero cristiano: tutto il complesso delle verità cristiane vien lasciato cadere (leggi canzonato), per affermare unicamente l'importanza della pratica. Il procedimento non è particolarmente originale, l'esito nemmeno. Proprio la unilaterale preminenza data all'elemento pratico può spiegare la superficialità con la quale tutto il resto è trattato. Certo, da un artista non ci attende necessariamente che sia filosofo o teologo (anche se i grandi lo sono). Ciò che a Celestini riesce meglio, è raccontare lo squallore di vite sciupate, emarginate. Qui si sente la realtà, la vita. Nel resto no. Il resto è noia.

sabato 8 aprile 2017

A cena con la morte per capire chi siamo

"Tutti i miei fantasmi sono anche loro vita". Si può prendere questa affermazione, più volte ricorrente nello spettacolo, come punto di partenza per tracciare un possibile percorso di avvicinamento a questo teatro di parola, detta e proiettata (sullo schermo). Virtuosisticamente la parola vi salta e rimbalza, sprigionando mille riflessi e suggestioni, che possono forse in estrema sintesi esser detti così: per essere me stesso, ho bisogno di tutto me stesso. Appare qui la superficialità dello slogan universalmente ripetuto come indiscutibile mantra dei nostri tempi stolti: devo essere me stesso! Certo, se fosse facile sapere che cosa effettivamente io sia. Edi, la ragazzina protagonista, è l'io che si muove in mezzo a istanze diverse, che diversamente e contraddittoriamente la sollecitano a uscire da una quiete fatta di non-odio che è anche non-amore, nella quale riconosciamo tanti giovani (e non). Tali istanze paiono rappresentate negli altri personaggi - il padre, la madre, lo zio -, nei quali (in fretta e furia) possiamo rispettivamente vedere corpo, psiche e spirito. Cospicuo il ruolo dello zio, coscienza critica del gruppo, che indica come direzione il superamento del dualismo bad / good, e pone la centrale questione: cosa vuoi? che cosa veramente t'interessa? Evangelicamente: qual è il tuo tesoro, dove sta il tuo cuore? Sta qui il nodo e il mistero di ogni esistenza. Di passaggio: l'accenno al capitolo 7 del Vangelo di Luca e la "traduzione" di ciò che abitualmente vien detto "peccato" con "trauma" non convince. Luca parla di hamartia, ed è il classico vocabolo del peccato. Ch'esso sia anche trauma, è certo. Rimane però che nella Bibbia - e in essa nel Vangelo - è legato alla libertà umana, e dunque alla responsabilità: non semplicemente un male che proviene dall'esterno, ma che nasce dal cuore dell'uomo. Qui si risente di una spiritualità vagamente New Age, chiara soprattutto nel racconto che lo zio fa della sua esperienza fuori dal corpo (obe) in occasione di un incidente. Ad ogni buon conto, per uscire dalla sua piattezza Edi-io ha l'idea di creare un'occasione speciale, una cena luculliana alla quale invita gli altri tre, che si rivelerà a sorpresa una sfida con la morte. Dopo averla servita, rivelerà ai commensali di averli avvelenati. Il confronto con la morte produce uno scatto in avanti e nuove prese di coscienza. Che siano davvero stati avvelenati o meno in fondo poco importa: essenziale è piuttosto che tutto acquista autenticità proprio di fronte alla morte, la quale scompiglia la pseudo pace costruita sulla menzogna strutturale. Ma lo zio non si scompone: l'avvelenamento è un bluff. La cerimonia è finita: possiamo continuare a vivere, cercare, sperare. Con tutti i nostri fantasmi.
La Cerimonia, di Oscar De Summa, con Oscar De Summa, Vanessa Korn, Marco Manfredi, Marina Occhionero. Produzione Teatro Metastasio di Prato. Prima assoluta. Teatro Fabbricone, Sala 2 (Fabbrichino), 24 marzo - 9 aprile 2017.

giovedì 2 marzo 2017

MDLSX: forte l'impatto, debole l'ideologia

Già dal punto di vista formale MDLSX è spettacolo inconsueto: un Dj/Vj Set, ossia la performance di un dj che presenta una serie di video e audio. Qui però la dj è attrice (la brava Silvia Calderoni) e mette in gioco (decisamente) il proprio corpo. C'è qui una prima triade: audio, video, corpo. Lo spettacolo ne cela poi una seconda, fatta di tre livelli. Il primo livello, il fondamentale, è la vicenda narrata in Middlesex, romanzo di J. Eugenides del 2002, del quale è protagonista una ragazza dai caratteri sessuali misti, ermafrodita. Tale vicenda è l'ossatura del discorso, come lo stesso titolo suggerisce: MDLSX è eco di Middlesex. Il secondo livello è la modalità di rappresentazione della vicenda Middlesex, potremmo dire il personale modo di sentire/interpretarla, che passa necessariamente attraverso il filtro personale, in questo caso dell'attrice/dj (che in alcuni video compare ragazzina). Il terzo livello è quello ideologico, con la proclamazione di teorie proprie del queer, l'ambito delle eccentricità sessuali, oltre e contro ogni definizione. Dall'incontro della doppia triade nasce uno spettacolo avvincente e provocante, che quasi obbliga il pubblico a avventurarsi per vie diverse (sicuramente dal punto di vista musicale per chi, come il sottoscritto, non ha dimestichezza alcuna col tipo di musica proposto). Vale la pena di fare lo sforzo, onde entrare per così dire dal di dentro in questioni che oggi suscitano discussioni e tensioni anche eccessive, e coglierne lo spessore esistenziale. Qui credo che il pregio stia in primo luogo nel romanzo, del quale vengono letti ampi stralci. Pure il livello dell'interpretazione, testimonianza di un'appassionata volontà di interazione - col testo da una parte, col pubblico dall'altra - merita attenzione. Quanto ai manifesti ideologici, sono la parte debole dello spettacolo. Non parlo del contenuto, quanto del fatto che sanno un po' di appiccicato, didascalico, a suo modo convenzionale. L'esperienza umana è sempre degna di attenzione, ed esige che ci si accosti ad essa come in punta di piedi. In questo senso il famoso "chi sono io per giudicare?" è esemplare. Qui i princìpi, tutti, devono per un attimo tacere e mettersi in ascolto. Quando l'espressione artistica diventa luogo di dichiarazioni teoriche, scade nella propaganda. Il livello della teoria, pur legittimo e anzi doveroso, non è quello dell'arte, che si propone piuttosto la rappresentazione - viva, efficace, eloquente e sconcertante - della vita, dalla quale semmai scaturisce l'intellezione, o almeno i suoi semi. A questo punto si dovrebbe proprio entrare nell'arena del dibattito che le questioni in gioco, sicuramente complesse, esigono. Ci fermiamo qui, paghi di aver colto ancora una volta la grandezza di questo microcosmo in cui si specchia il macrocosmo, questo magnifico universo che è l'essere umano: pianta e animale, maschio e femmina, corpo e spirito, terra e cielo.
MDLSX, con Silvia Calderoni; regia Enrico Casagrande e Daniela Nicolò; drammaturgia Daniela Nicolò e Silvia Calderoni; produzione Motus 2015. Teatro Fabbricone, Prato, 23-26 febbraio 2017.